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FRANCISCO E CARMENA PDF Stampa E-mail
Scritto da Guglielmo Tocco   
Giovedì 10 Settembre 2009 14:16

Il signor Cirino Scatà è un ottantaquattrenne splendido e sorprendente per umore, comunicativa, simpatia e lucidità. Spesso ci incontriamo nella bottega di restauro dell’amico comune Turi Intressalvi.

Circa un mese fa mi si avvicinò con in mano una graziosa scatoletta in legno. Pensai subito ai portasigari di certi film americani.

- Proprio un anno fa mi disse, ricevetti un pacco postale da parte di una certa signora Maria Guillame Vaileda di Buenos Aires. Il nome mi era totalmente sconosciuto ma, essendo nato in quella città, ed essendovi vissuto per moltissimi anni, pensai si trattasse di una lontana parente o di una vecchia amica di cui, per via dell’età, avevo dimenticato il nome. Aprii il pacco con gioia ed eccitazione, giacché in quell’attimo la mia mente fu invasa da una miriade di ricordi belli legati all’Argentina, ma anche con apprensione, perché alla mia età da amici e parenti del passato giungono quasi sempre notizie di addii. Esso conteneva questa scatoletta di legno e una busta dov’era ripetuto il mio nome. Dentro c’era questa lettera, che avrei piacere lei leggesse.

Era un foglio da lettera verde chiaro, con le righe segnate: non ne vedevo da anni.

La scrittura era minuta e straordinariamente elegante.

La signora deve aver fatto scuola di calligrafia. mi disse il signor Scatà, Ai miei tempi, in Argentina, per le ragazze di buona famiglia era quasi un obbligo.

La lettera era scritta in spagnolo, ma il signor Scatà mi incoraggiò a leggerla lo stesso, perché comprensibilissima, e perché, comunque, se avessi trovato difficoltà, mi avrebbe aiutato lui.

Nel citare ora a memoria quella lettera, mi rendo conto che il signor Scatà aveva ragione: oltre alla suggestione che può provarsi solo sfiorando certa carta e cogliendone l’odore involontario e antico, c’è nelle lettere il fascino unico e indescrivibile della calligrafia di chi l’ha scritta. Nel caso nostro, anche una ricercatezza espressiva desueta, fortemente evocatrice di un mondo lontano, ma non leziosa.

 

Gentilissimo signor Scatà,

spero di trovarLa in ottima salute e di non disturbarLa eccessivamente.

Sono riuscita a conoscere il Suo indirizzo dopo un lunga ricerca presso il Municipio di Buenos Aires e quello di Lentini, ma, mi creda, sono così felice di averLa finalmente raggiunta, che ho dimenticato la fatica fatta e lo scoramento che si impadroniva di me ogni qual volta mi sentivo sul punto di arrendermi alle tante difficoltà che sembravano impossibili da superare.

Come Lei comprenderà, però, la mia felicità sarà piena e assoluta solo quando avrò letto un suo cenno di conferma di ricevimento della presente.

Mi chiamo Maria Guillame Vaileda e fino a otto mesi fa ho gestito una casa di riposo per anziani alla periferia nord di Buenos Aires.

Qui visse gli ultimi anni della sua vita la signorina Carmen Trelvissian, scomparsa, quasi novantenne, nel 1980.

Quando lei ci lasciò, nel nostro istituto rimasero degli effetti personali che conservammo, come sempre in questi casi, per l’eventualità che qualche parente prima o dopo si facesse vivo.

Quando abbiamo chiuso la casa di riposo, non mi sono sentita di buttare via tutte quelle piccole cose, quasi sempre lettere, che i miei ospiti, per lo più donne, avevano negli anni lasciato e che nessuno aveva mai richiesto.

Spero mi comprenda se le confesso che, forse perché anch’io nel frattempo sono rimasta sola, ho maturato la convinzione che nessuna di quelle lettere si trova nelle mie mani per dimenticanza. Credo, bensì, che ognuna di quelle persone sole abbia voluto lasciare a me una traccia, un ricordo, un semplice segno della propria esistenza. Questa idea mi gratifica molto: mi fa pensare che è stato giusto ed utile comportarmi con loro, come ho sempre fatto, da figlia, da nipote, da sorella. E’ per questa convinzione che non ho avuto remora alcuna a leggere tutte le lettere e i diari lasciati nel mio – nel nostro - “Buen Retiro”.

La signorina Trelvissian, secondo quel che credo, sapeva benissimo che mai nessun parente sarebbe venuto a ritirare queste lettere dopo la sua dipartita – era figlia unica di una coppia di armeni immigrati in Argentina negli ultimi anni dell’’800, quando lei era una fanciullina di pochi anni. Avrebbe potuto facilmente distruggere le lettere e le foto che Le invio con questa mia, ma non lo fece mai.

Lei aveva vissuto in segreto un grande amore che le aveva segnato l’intera vita. Era l’unica custode di quella storia commovente e rara, una storia che andava oltre la sua piccola persona e che conteneva esempi e insegnamenti degni di essere tramandati. Per questo ne lasciò le tracce in mano a chi, secondo quel che riteneva, aveva abbastanza sensibilità per comprenderlo e sufficiente affetto nei suoi confronti per cercare un altro scrigno in cui conservare i suoi ricordi.

E finalmente, gentile signor Cirino, è giunto il momento di soddisfare la Sua legittima curiosità: perché ho mandato a Lei le foto e le lettere della signorina Trelvissian? Perché la persona amata da lei era un Suo parente, da Lei mai conosciuto perché morto giovanissimo. Era il giovane Francisco Demma, fratello di Sua madre, che, come ho scoperto dopo una lunga investigazione, venne dalla Sicilia in Argentina verso il 1907.

Prima di giungere a Lei, Le confesso di avere tentato un percorso più breve: ho rintracciato la Sua unica nipote vivente, figlia di Sua cugina Rosita, ed anche uno dei suoi due figli, ma, per una lunga serie di ragioni, ho preferito non correre il rischio di portarmi sulla coscienza il rimorso di “essermi liberata” di questi ricordi, anziché – come ho sempre desiderato fortemente - di “averli affidati” ad un animo sensibile.

Venuta a conoscenza che tra i parenti c’era anche Lei, e che si era trasferito molti anni fa al paese d’origine della Sua famiglia, grazie ad un’amica di origini siciliane che tutt’ora trattiene buoni rapporti con un suo cugino notaio di Catania, ho avuto sul Suo conto le informazioni che mi interessavano, e credo di avere fatto la scelta giusta nel consegnare a Lei questa preziosissima memoria.

Tenga con amore questi ricordi, ma prima legga le lettere che i due giovani innamorati si scambiarono.

Se Lo desidererà, sarò a Sua disposizione per fornirLe altre informazioni sulla signorina Trelvissian.

Mi permetta di ripetermi: in ogni caso La prego di rassicurarmi sul destino di questi cari effetti. Sarà questa la ricompensa più grande per la mia fatica che spero tanto sia stata da Lei apprezzata.

Mi congedo inviandoLe i miei più rispettosi saluti e pregando Iddio perché La benedica.

Maria Guillame Vaileda

Finito di leggere, rivolsi lo sguardo al signor Scatà: i suoi occhi erano umidi. Ebbi l’impressione che egli conoscesse a memoria ogni parola, ogni punto, ogni virgola di quella lettera e che, man mano che io la leggevo, anch’egli se la rileggesse mentalmente per la centesima volta e per la centesima volta si commuovesse.

Ovviamente gli chiesi di parlarmi di Francisco e di Carmen.

Egli si sedette su un sofà d’epoca in attesa di restauro e mi invitò a sedermi accanto a lui.

Mi raccontò, così, tra i colori caldi dei mobili antichi e gli odori del legno e delle resine, la bella storia che qui potete leggere.

Mi pare di ricordare bene ogni particolare, ma confesso che non sono mai andato a cercare il signor Scatà per accertarmene. Ognuno di noi, avendo una sensibilità propria e diversa dagli altri, di una storia coglie certi aspetti che ad un altro sfuggono e ne tralascia altri che al narratore e ad altri ascoltatori possono risultare importantissimi. E poi, si sa che chiunque si appresta a raccontare un fatto, prima lo rivive a modo suo.

Francisco Demma a vent’anni era un giovane lentinese che, rispetto a tanti suoi coetanei, aveva il discreto vantaggio di essere nato in una famiglia di muratori. Ciò significava lavoro meno abbrutente e più remunerativo di quelli della campagna e del Biviere; abitudine ai modi, al linguaggio e al decoro di chi trattava anche con gente di classe più elevata; famiglia serena, solidale e formativa.

Ma il vantaggio a più grande consisteva nel fatto che egli aveva la sorella Maria ed il cognato Rosario in America Sudda, in Argentina. Questi erano stati chiamati lì dallo zio di lui, don Peppino Scatà, che, emigrato nel ’97, nel giro di pochi anni si era fatta una posizione grazie alla bravura di muratore, ma ancora di più all’abilità nell’organizzarsi nei lavori più grossi e alla maestria di scalpellino. Dopo pochi mesi aveva richiamato la moglie Carmela e i figli piccoli Paolo e Rosa ed ora, siamo ai primi anni del ‘900, poteva permettersi di offrire a parenti e amici compaesani, possibilità di emancipazione impensabili in Sicilia.

Per Francisco non ci fu mai l’imbarazzo della scelta tra Lentini e Buenos Aires. Ci fu solo l’impazienza per la lentezza con cui passavano gli anni e i mesi per raggiungere l’età minima per partire.

Il 9 settembre del 1907, pur essendo in grado di farlo da solo, anche se con notevole fatica, si precipitò trafelato nella chiesa di San Luca a cercare il parroco, il buon padre Cardillo, per farsi leggere senza rischi di fraintendimenti la lettera del cognato Angelino Scatà, che gli era stata appena consegnata. Il sant’uomo, dopo avere scorso l’incerto scritto in silenzio, lo abbracciò e gli comunicò che il suo sogno poteva finalmente avverarsi: adesso poteva partire verso la tanto sognata Buenos Aires.

Il 6 dicembre successivo lasciò la madre e il padre e la sorella più piccola in lacrime sul marciapiede della stazione di Lentini ed iniziò la lunga avventura del viaggio con altri due giovani compaesani, Sebastiano Pisano e Sebastiano Neri, che avevano avuto la sua stessa fortunata congiuntura.

Chi tra i suoi conoscenti aveva fatto almeno una volta in treno il viaggio da Lentini a Catania, ne parlava per settimane, descrivendolo come una faticosa e avventurosa odissea. Non poteva essere così per lui che si apprestava a viaggiare per una cinquantina di giorni.

Piuttosto fu la Piana ad impressionarlo: il monotono scenario di uno sterminato acquitrino: aveva piovuto per quindici giorni consecutivamente e solo quel martedì il cupo grigio del cielo era qua e là interrotto da nuvolaglie biancastre e quasi trasparenti alla luce del sole.

Da un lato, così, il ragazzo preparava l’animo e l’occhio all’illimitata distesa d’acqua dell’oceano, unico panorama che avrebbe visto per diverse settimane; dall’altro lato riceveva conferme sull’opportunità di abbandonare Lentini: quell’alluvione faceva presagire un altro lungo inverno di fame e privazioni per gran parte dei suoi abitanti.

Poi venne il momento dell’imbarco, dell’abitare, anche se solo per meno di un mese e mezzo, in un mondo irreale, artificiale, sospeso. La traversata dell’oceano durò cinque giorni in più dei quaranta previsti e, oltre che acqua e cielo, gli fece conoscere terrificanti tempeste, pesci giganteschi, uccelli mai visti prima. Francisco lo visse non come una piccola parte, un segmento della propria vita, ma come una vita a parte, un segmento parallelo alla linea della sua vita.

Non gli accadde mai di pensare che ciò che in quel viaggio gli stava capitando, ciò che stava vedendo e vivendo, ciò che sentiva nella pelle e nelle ossa, potesse essere rivissuto. Quello per lui fu IL viaggio, il traghettamento da una ad un’altra vita, da uno ad un altro mondo: certe tempeste, certe sere danzanti, certi volti e certe cupe oscurità, certi scintillii del mare senza confini nelle notti di luna piena non sono, non possono essere ripetibili.

Infine venne l’ora dell’emozione più intensa: il 20 gennaio del ‘908, sotto un sole cocente Francisco mise piede sul suolo d’Argentina. E il primo turbamento fu dovuto al fatto che intanto poggiava i piedi a terra, sulla terra “ferma” come, a ragione, si usa dire. Poi abbracciò la sorella e il cognato, che non erano cambiati molto in quei due anni, e infine il patriarca, don Peppino, con il vestito ed il cappello bianchi e un fazzoletto in mano anch’esso bianco, l’orgoglio dell’intera famiglia, con quelle spalle larghe, con quelle mani forti, con quello sguardo fermo e volitivo. Accanto a lui zia Carmela, ancora più in carne e florida di come appariva nelle foto, e rosea, sudata, profumata. E palesemente soddisfatta della vita. I loro figli Pablo e Rosita, erano eleganti e raffinati e, benché pochissimo più giovani di lui, sembravano di un’altra generazione. Sarebbe meglio dire che era Francisco a sembrare di un’altra generazione, visto che il suo volto portava i segni di lunghe giornate sotto il sole torrido e di mesi di tremori per le sfiancanti febbri malariche.

Poi cominciò il lavoro con don Peppino, l’apprendimento di nuove tecniche, qualche gratificazione, di tanto in tanto un vestito nuovo, un corso serale per imparare lettura, scrittura e spagnolo essenziale. Partecipò perfino ad un corso di nuova istituzione per acquisire la licenza di mediatore, che conseguì con buon profitto. Come tutti i ragazzi della sua condizione fece amicizie e liti, fu coinvolto in risse di poco conto e in qualche festa, cominciò a interessarsi delle ragazze, frequentò locali riservati ad uomini soli. . Insomma, la normalissima vita di un ventenne che comincia a conoscere il mondo che abiterà da adulto.

Ma la sera del 18 ottobre del ‘910 la vita di Francisco subì una svolta.

Era il compleanno di Pablo e Rosita, e don Peppino si poteva permette di organizzare una festa per loro.

Nel giardinetto di casa, tra adulti, giovani e bambini, si radunarono una quarantina di persone, quasi tutte di origine italiana.

In un angolo erano seduti un suonatore cieco di bandoneon e un chitarrista grasso, ridanciano e dai capelli neri grondanti d’olio. Alternavano malinconiche, ma ancora sopportabili, milonghe a velleitarie e raccapriccianti tentativi di imitazione – da parte del grassone – del grande Titta Ruffo nell’interpretazione delle più famose arie del melodramma italiano. Nell’angolo opposto facevano bella mostra di sé una gran brace accesa, una capiente pentola piena di carne cruda a fette e una tinozza colma di leggera birra locale, un mestolo, dei boccali e molte ciotole e un fascio di canne corte e lunghe da usare al posto delle forchette o per poggiare la carne sulla brace..

Si può senz’altro dire che la parte gioiosa della festa si svolse tutta intorno al barbecue.

Solo una ragazza per tutta la serata fu attratta dalla musica e dai due suonatori molto più che dalla carne alla brace, dalla birra e dall’allegria dell’altro angolo.

E Francisco fu fortemente, fatalmente e irresistibilmente attratto da lei.

Per tutta la serata non sentì musica né baldoria. Non accusò fame né sete. Non percepì odori né languori. Non vide gente, né cibo, né strumenti musicali o alberi fioriti.

Vide solo i capelli crespi e neri di lei, la nuca di lei, le spalle di lei. Di tanto in tanto anche il suo profilo. Vide – o gli parve di vedere - che spesso la ragazza si portava il fazzolettino agli occhi. E quelle lacrime, che lui non vedeva ma di cui avvertiva quasi il calore, furono per Francisco la manifestazione inequivocabile della sensibilità d’animo della ragazza.

Francisco era troppo timido ed educato per avvicinarsi a lei, giacché nessuno gliela aveva presentata. Solo al momento dei saluti riuscì - per un attimo esplosivo, brevissimo ed eterno – ad incrociarne lo sguardo. Lo percepì dolcissimo, immenso e caldo.

Già l’indomani mattina, al cantiere, trovò giusto ed opportuno parlarne con don Peppino. Seppe così che la giovane si chiamava Carmen Trelvissian e che anche i suoi genitori erano immigrati. Lo zio aggiunse che avrebbe visto molto di buon occhio un matrimonio tra loro due e che era certo che anche il padre di lei avrebbe avuto piacere ad imparentarsi con loro.

Nel giro di poche settimane furono organizzate due festicciole perché i ragazzi si conoscessero, ed un’altra per l’ufficializzazione del fidanzamento.

Quella stessa sera Francisco, scherzosamente, ribattezzò la ragazza Carmèna.

Per ricordarci sempre la tua terra d’origine, le disse, ma anche perché con questo nuovo nome ti sento anche un poco siciliana.

Fu, questo, motivo di ulteriore affetto da parte dei genitori di Carmena per il ragazzo. Erano molto legati al ricordo dell’ aspra, ma per loro dolcissima, terra natale. Ancor di più da quando, quasi tre anni prima, c’era stato un terribile massacro di cristiani da parte di estremisti musulmani, che, assieme ad altre centinaia di innocenti, sterminarono l’intero parentado del padre della giovane.

D’altra parte, Carmena, almeno fisicamente, sembrava nata proprio in Sicilia: gli

occhi e i capelli nerissimi, le sopracciglia folte, quasi unite, non molto alta, ma dall’ossatura robusta. In quanto al carattere, Francisco ad ogni incontro ebbe una conferma di tutta la dolcezza, la sensibilità e la buona educazione che le aveva intravisto la sera del primo incontro.

Aveva il solo piccolo difetto che, mentre, conosceva molto bene lo spagnolo, capiva a stento e non parlava affatto il siciliano e neppure l’italiano.

Sia in Armenia che in Sicilia, in quell’epoca, le ragazze, e spesso anche i ragazzi, avevano ben poca voce in capitolo nella scelta dei futuri coniugi. A decidere erano i genitori. Essendo comportamento comune, le ragazze si trovavano preparate a convivere l’intera vita con uomini da cui si aspettavano vitto, alloggio e poco altro, in cambio di corpo, anima, rispetto e figli. Un vecchio adagio siciliano spiegava tutto in quattro parole: affettu di matri, servimentu di muggheri”.

Carmena, quindi, avrebbe dovuto mostrare contentezza per quel fidanzamento in ogni caso, giacché ad una certa età bisognava sposarsi e perché genitori – meglio dire il padre – non sbagliavano mai. Ma non ci fu nessuna ragione di fingere, giacché stavolta

davvero chi decise per lei non sbagliò.

La gentilezza d’animo di Francisco, la sua intelligenza viva e il suo umorismo, la serietà nel lavoro e nei rapporti con le persone, la facevano sentire una donna davvero felice. E la bellezza del volto, del corpo e dello sguardo, il portamento agile e altero le procuravano vampate mai provate prima in vita sua.

C’era una foto, che Carmena portava con sé dovunque andasse, che lo ritraeva in uno studio fotografico seduto su una savonarola, accanto ad una libreria, ed un vaso con una palma nana vicina ai piedi. Nessuno avrebbe mai sospettato che quella non fosse casa sua, che quello non fosse il luogo dei suoi studi o del suo impegno quotidiano, tanto era raffinata e in armonia con l’ambiente la sua figura. Solo due piccoli, perfidi particolari tradivano l’estraneità di Francisco rispetto a quel contesto: il paio di guanti in pelle che indossava e le scarpe non del tutto nascoste dalla piccola palma. I primi rivelavano che il benessere non era ancora arrivato o che era giunto da troppo poco tempo perché il ragazzo tralasciasse di mostrare tutto ciò che di bello o importante possedeva. Le seconde contrastavano clamorosamente con l’abito da ricco e con la posa da intellettuale: erano piuttosto vecchie, troppo robuste e decisamente sporche.

Probabilmente quella straripante e amabile ingenuità contribuiva in misura non secondaria all’intenerimento di Carmena per quella foto.

Vissero otto mesi di fidanzamento come non avevano mai neppure osato sognare.

Tutte le domeniche, di buon mattino, Francisco in bicicletta partiva dalla casa di calle Estados Unidos, nel quartiere Palermo, dove abitava con il cognato e la sorella, ed andava a trovare Carmena in via Evaristo Harington, alla Boca. Nella tarda mattinata andavano a passeggiare al parco, a mezzogiorno pranzavano insieme ai genitori di lei, dopopranzo gustavano i dolci che egli d’abitudine portava e giocavano a domino, di pomeriggio si recavano di nuovo soli al parco ad ascoltare i concerti di una banda a fiati, i cui componenti, tutti vestiti di bianco, stavano i appollaiati sopra gli alti sgabelli di un palco preziosamente ornato da note musicali e pentagrammi riprodotti in ferro battuto.

Un giorno, quando i programmi per le nozze e per la casa erano diventati di scottante attualità, mentre tornavano a casa dal concerto bandistico e costeggiavano il fiume, sentirono i disperati guaiti di un cagnolino che stava annegando nell’acqua fangosa.

Carmena sembrò impazzita. Urlando e scalciando tentò di calarsi nel fiume per salvare la bestiola, a stento trattenuta da Francisco. Ci fu un solo modo per calmarla e dissuaderla dall’immergersi in acqua: togliersi velocemente la giacca e le scarpe ed andarci lui. E così fece. Il cagnolino fu salvato ma Francisco ne uscì inzuppato dalla testa ai piedi.

Il ritorno a casa fu molto imbarazzante: Francisco non volle dirle quanto freddo sentiva e quanto fosse pentito per aver fatto un gesto generoso ma imprudente: Carmena fu presa da un gran senso di colpa per avere indotto il fidanzato a quel bagno fuori programma.

Giunti a casa si diedero da fare, aiutati dalla madre e dal padre di Carmena, ad asciugare il più possibile, sopra la cucina a legna, i pantaloni e la camicia del giovane, mentre lui se ne stava avvolto in una coperta.

Quella sera Francisco giunse a casa molto più tardi del solito, con i vestiti non del tutto asciutti e dopo una lunga pedalata al chiarore della luna di una sera d’autunno.

Inevitabilmente si ammalò.

La domenica successiva, Carmena attese invano che il suo fidanzato apparisse in fondo alla strada pedalando gioiosamente, con il pacchetto dei dolcini sul piccolo portapacchi, come sempre.

Ed anche la domenica seguente.

E nel frattempo era diventata pallida e tremante perché non mangiava quasi più, preda del rimorso e dei cattivi presentimenti. Il padre, al quale aveva chiesto di informarsi presso don Peppino Scatà sulle sue condizioni di salute, continuava a dirle che stava bene e che aveva solo un piccolo raffreddore che sconsigliava di andare in bicicletta, ma presto sarebbe guarito del tutto e sarebbe venuto a trovarla.

Dopo la terza domenica Carmena non chiese più niente né al padre né alla madre. Semplicemente si sdraiò sul letto e smise di mangiare e di bere.

Guardava ad occhi sbarrati il soffitto e nessuno riusciva a farla parlare o a farsi ascoltare.

Ma ecco che il martedì seguente le giunge una lettera di Francisco. La portò Pablo, suo cugino.

Mia dolcissima Carmen, tesoro immenso,

scusami se non mi sono fatto sentire per tanto tempo, ma il raffreddore che ho preso, anche se non pericoloso, è stato molto fastidioso.

Illudendomi che l’indomani di ogni giorno sarei guarito, ho evitato di scriverti per non procurarti inutili ed eccessive preoccupazioni.

Ma ora che i tempi si sono fatti lunghi, ho trovato opportuno farmi sentire.

Fino ad oggi il medico mi ha detto che sono troppo debole per uscire di casa.

Da mio zio ho saputo che insistentemente chiedi a tuo padre che ti porti qui per vedermi. Sinceramente preferirei non accadesse. Se i tempi si dovessero allungare ulteriormente sarò io stesso a chiedertelo, ma stando così le cose, preferisco non essere visto come un vecchietto provato dalla febbre e imbacuccato e pazientare ancora un poco, per incontrarci con la nostra solita letizia.

Non penso ad altro che a te, alle nostre domeniche, al giorno in cui ci sposeremo e alla nostra futura casa.

Spero che anche tu continui ad amarmi e ad aspettarmi.

Questa malattia, per quanto banale e priva di conseguenze, mi ha molto demoralizzato.

Quando sarò del tutto guarito avrò molto bisogno del tuo incoraggiamento e del tuo aiuto. Ti prego, quindi, di mantenerti forte, in piena salute e con lo spirito sereno e lieto di sempre, stavolta non solo per te stessa ma anche per me.

A presto e per sempre tuo Francisco

Mai medicina aveva avuto così rapido e benefico effetto.

Carmena riprese a bere, poi a mangiare con molta cautela e in capo a due giorni era già alzata, anche se ancora molto debole.

Appena si sentì in grado di scrivere senza tradire il tremore delle mai, chiese che le chiamassero don Agostino, il prete. Voleva scrivere al suo Francisco in italiano, e don Agostino avrebbe potuto aiutarla, essendo anche lui figlio di siciliani. Ma egli le suggerì di scrivergli nella lingua che lei conosceva bene, lo spagnolo: Francisco avrebbe capito lo stesso, mentre lei sarebbe stata più libera e, soprattutto, non avrebbe perso la freschezza che solo una lettera scritta da soli e in intimità può conservare. Così gli scrisse questa lettera.

Per oltre tre settimane, a giorni alternati ci fu sempre qualcuno che portò una lettera a Carmena e qualcuno che da lei ne ricevette una da portare al fidanzato.

Poi, pian piano, le lettere di Francisco cominciarono a ritardare ed il loro contenuto divenne sempre meno appassionato.

Carmena divenne sempre più triste e taciturna, e adeguò il tenore e la frequenza delle sue lettere a quelle di Francisco.

In capo a sei mesi non si scrissero più.

Carmena non chiese mai a nessuno di Francisco, ma non si sposò mai e conservò per sempre le foto e le lettere del suo grande, indimenticato amore.

La cassaforte in cui conservava i suoi tesori era una scatoletta da sigari in legno. Carmena glieli aveva regalati il giorno del suo compleanno e lui li teneva a casa sua per fumarne uno ogni domenica al concerto.

Ora la scatoletta conteneva i tre sigari rimasti, la foto di Francisco seduto nella savonarola accanto alla libreria, le sue lettere, una copia – la prima, la cosiddetta brutta – di tutte quelle che lei gli aveva scritto ed anche una sua foto, quella che Francisco aveva più cara.

Il signor Scatà, mentre raccontava, teneva sulle gambe la scatoletta di sigari con le lettere e le foto.

Quando finì, mi guardò in modo strano, come volesse dirmi “Come sa che c’è dell’altro?”

Ebbe bisogno di schiarirsi la voce. Poi mi continuò:

- Il seguito è un segreto di famiglia. Ma dopo tanti anni credo possa essere

rivelato. Decida lei se sarà il caso di raccontarlo.

Francisco quella domenica in cui salvò il cagnolino dalle acque del fiume, tornò a casa già febbricitante.

Morì di polmonite nove giorni dopo. Finché ebbe la forza di parlare, implorò i parenti perché non dicessero niente a Carmena, né a suo padre, che avrebbe potuto informarla. Pensava che sarebbe guarito presto e perciò era inutile procurare altro dispiacere alla ragazza che si sentiva responsabile del quel fatale bagno.

Quando il ragazzo cessò di vivere, don Peppino cercò il padre di Carmena per dargli la notizia, ma questi riferì della depressione in cui la figlia era caduta. Entrambi concordarono di dirle tutto solo quando si sarebbe un po’ ripresa.

Purtroppo, col passare dei giorni, la ragazza stava sempre peggio. A questo punto, mio padre ebbe l’idea di scrivere a Carmena a nome del povero cognato Francisco. I genitori di lei acconsentirono al pietoso stratagemma e la ragazza si salvò da morte certa.

- E Carmena non si accorse mai dell’inganno? Gli chiesi.

- Sì, che se ne accorse. Dopo le prime quattro-cinque lettere, vedendo che

chi le scriveva continuava a chiamarla Carmen e non Carmena, come faceva Francisco, ebbe il sospetto. Ne parlò con don Agostino ed egli, dopo avere preso le dovute informazioni, usando le parole più adeguate, glielo confermò.

- E perché continuò a rispondere alle lettere che le mandava il cugino di

Francisco?

- Perché Carmena era proprio come l’aveva vista subito Francisco: di bontà

fuori dal comune: far credere a chi si curava di scriverle, che il suo che il generoso sforzo per salvarla non era stato vano. Tutto questo l’ho saputo dalla signora Vaileda, con la quale fin’ora continuiamo a scriverci.

E c’è un’ultima bellissima cosa che la signora Maria mi ha detto di Carmena: da allora e per tutta la sua vita, per vivere fece il mestiere di scrivana. Ed i suoi clienti erano solo fidanzati lontani che non sapevano scrivere.

In cambio non chiedeva soldi, ma un uovo, di un po’ di pane, una ciotolina di latte.

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 10 Settembre 2009 15:07